La Cina si trova ancora una volta al centro del dibattito europeo. Questa volta però non si parla di diritti umani, Tibet e Olimpiadi; e nemmeno di esportazioni e dazi doganali. All'ultima sessione plenaria del Parlamento Europeo si è invece discusso del ruolo crescente della Cina in Africa, di come il gigante asiatico sia diventato un nuovo importante donatore e quindi dell'impatto delle sue politiche di sviluppo sul continente nero. Si è anche dibattuto su come l'Europa dovrebbe rispondere a questo nuovo scenario.
Il 22 e 23 aprile l'assemblea di Strasburgo ha infatti discusso e votato la relazione sulla "Politica della Cina e sue conseguenze per l'Africa" redatta dalla socialista portoghese Ana Gomes. La risoluzione chiede una strategia europea coerente per il continente africano che, includendo la cooperazione con la Cina, non ricalchi però il modello del paese asiatico. Il documento nota che gli interessi di Pechino in Africa sono in aumento: la Cina si è infatti impegnata a costituire un fondo di 5 miliardi di dollari per incoraggiare le sue imprese ad investire in Africa e diventerà il maggior partner commerciale del continente entro il 2010. Nonostante la cooperazione cinese non preveda condizionalità, cioè non lega l'esborso di aiuti o la realizzazione di progetti alla presenza di certe condizioni politiche nel paese ricevente, il Parlamento sottolinea che la presenza di Pechino ha, di per sé, un impatto reale, anche politico, per i paesi ospitanti. Inoltre, gli eurodeputati stigmatizzano il fatto che proprio questo principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Stati porta talvolta la Cina a cooperare con regimi repressivi che violano sistematicamente i diritti umani. Il documento invita quindi l'Unione Europea e la Cina a discutere, sviluppare e formulare le loro strategie africane in vista di un "impegno responsabile" volto a promuovere lo sviluppo sostenibile e arriva a proporre che la Ue, l'Unione Africana e la Cina costituiscano un organo permanente di consultazione attraverso il quale promuovere la coerenza e l'efficacia delle diverse attività di cooperazione allo sviluppo.
Il Commissario allo Sviluppo Louis Michel, che ha partecipato al dibattito a Strasburgo, si è detto d'accordo con l'idea di una "cooperazione trilaterale" anche perché solo col dialogo si possono «affrontare le questioni dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani». Michel ha anche riconosciuto che, per affrontare la competizione con la Cina, l'Europa deve rendere più rapidi ed efficienti i propri meccanismi di cooperazione, ma sempre senza rinunciare al "modello europeo" fatto di «tolleranza, apertura, dialogo e rispetto reciproco».
E' insomma normale e giusto che in Europa si parli della Cina anche come donatore emergente, come nuovo attore della cooperazione allo sviluppo e quindi come nuovo protagonista in Africa. Tuttavia bisogna fare attenzione a non guardare all'ascesa di Pechino come a una minaccia alla supposta supremazia europea sulle ex colonie, come purtroppo sembra fare il Commissario quando parla di "competizione": bisogna invece mettere al centro lo sviluppo dell'Africa, che non può permettersi di tornare a essere un campo di battaglia tra potenze straniere.
Inoltre, noi europei spesso tendiamo a dare lezioni di democrazia e diritti umani alla Cina. Invece, come chiede la risoluzione grazie ad un emendamento presentato da Luisa Morgantini, e approvato dal Parlamento, la Uw «dovrebbe evitare le generalizzazioni in merito al ruolo della Cina e dovrebbe considerarla con un atteggiamento aperto e costruttivo senza cercare di imporle modelli e punti di vista europei». Da un lato, cioè, prima di dare lezioni alla Cina la Ue dovrebbe dare il buon esempio e rendere i propri programmi di cooperazione un modello di trasparenza, rispetto dei diritti umani e buona governance. Dall'altro lato, è del tutto normale che i paesi africani guardino alla Cina come a un esempio: è un paese che in 25 anni ha tolto dalla povertà 400 milioni di persone e propone un modello di sviluppo diretto dallo Stato che può risultare attraente per quei paesi africani che sono stati rovinati dalle ricette neo-liberali imposte dall'Occidente.
Quello su cui bisogna vigilare, invece, è che le politiche di sviluppo della Cina, come del resto quelle europee, abbiano come obiettivo la riduzione della povertà e non fini politici. A questo proposito, è innegabile che la cooperazione cinese, che non lega il disborso di fondi a nessuna condizionalià politica, può finire per rafforzare governi autoritari, violazioni dei diritti umani e conflitti.
Ma l'Unione Europea, ha sostenuto in diverse occasioni, Luisa Morgantini «anziché dare lezioni di democrazia o, peggio ancora, preoccuparsi per la propria perdita di influenza, dovrebbe dimostrare in concreto che è in grado di mantenere le proprie promesse sugli aiuti e di mettere in pratica programmi di sviluppo trasparenti ed efficaci». Come ha detto Ana Gomes durante il dibattito in plenaria, «l'Europa deve guardarsi allo specchio e imparare dai propri errori", deve quindi "migliorare l'efficacia dei suoi aiuti e garantire la coerenza tra le sue varie politiche», deve infine «investire di più per rinforzare le società civili africane, le istituzioni, i media liberi, le università». L'Unione Europea e i suoi Stati membri dovrebbero poi ingaggiare un serio dialogo politico con la Cina sui temi dell'impatto degli aiuti sulla governance, sui diritti umani e sull'ambiente. E nei casi in cui le politiche cinesi siano manifestamente contrarie alla pace e allo sviluppo, come nel caso dell'esportazione di armi al Sudan, l'Europa dovrebbe mettere da parte i calcoli strategici e avere il coraggio di criticare Pechino. Non per recuperare influenza geopolitica, ma perché una cooperazione cinese efficiente è nell'interesse dei popoli africani.
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